PRESERVARE L’ECOSISTEMA MEDITERRANEO E LA SUA BIODIVERSITÀ

da | Feb 5, 2026 | Blu Economy

L’ALGA ASIATICA RUGULOPTERYX OKAMURAE SI STA DIFFONDENDO ATTRAVERSO LA FRAMMENTAZIONE, FORMANDO TAPPETI NEL MEDITERRANEO, SOFFOCANDO LA VITA MARINA E CAUSANDO GIÀ UNA CRISI ECOLOGICA E DELLA PESCA

Con l’implementation del Primo Pilastro si affronta alla radice il problema dell’alga asiatica. Rugulopteryx okamurae, un’alga bruna originaria del Pacifico nord-occidentale, è diventata uno dei maggiori problemi ambientali del Mediterraneo negli ultimi decenni. Introdotta accidentalmente, probabilmente attraverso le acque di zavorra delle navi o le attività di acquacoltura, la specie ha trovato un ambiente ideale per espandersi lungo le coste europee. Il risultato è un fenomeno che gli scienziati ora descrivono come la formazione di veri e propri ” tappeti morti ” sul fondo del Mediterraneo, capaci di alterare interi ecosistemi in pochi anni.

Ciò che rende quest’alga particolarmente pericolosa non è solo la sua origine esotica, ma anche la combinazione di rapida crescita, riproduzione per frammentazione e assenza di predatori naturali efficaci nel Mediterraneo.

 

CHE COSA È L’ALGA RUGULOPTERYX OKAMURAE E DA DOVE PROVIENE?

Rugulopteryx okamurae è un’alga bruna della famiglia delle Dictyotaceae, originaria delle coste di Giappone, Corea e Cina. Nel suo ambiente originario, fa parte di un ecosistema equilibrato, controllato dagli erbivori e in competizione con altre alghe. Nel Mediterraneo, tuttavia, questo equilibrio non esiste. La specie è stata rilevata per la prima volta su larga scala nella regione dello Stretto di Gibilterra intorno al 2015. Da allora, si è diffusa rapidamente lungo le coste della Spagna, del Nord Africa, della Francia meridionale e di alcune parti d’Italia.

Secondo una ricerca del CSIC (Consiglio Nazionale delle Ricerche Spagnolo), le alghe hanno trovato condizioni ideali: acque relativamente calde, abbondanti substrati rocciosi e una bassa pressione biologica che ne ostacola l’espansione. A differenza di molte alghe che dipendono da specifici cicli riproduttivi, Rugulopteryx okamurae si diffonde principalmente attraverso la frammentazione. Piccoli pezzi di alga, strappati via dalle onde, dalle correnti o dall’attività umana, sono sufficienti a generare nuove colonie.

Questo meccanismo trasforma tempeste, eliche di navi, reti da pesca e persino subacquei in vettori involontari di dispersione. Un singolo frammento può depositarsi in un altro punto lungo la costa e, nel giro di poche settimane, formare una nuova densa macchia. Gli studi indicano che questa modalità comportamentale consente tassi di espansione molto più elevati rispetto alle alghe autoctone, rendendo praticamente impossibile contenere la diffusione mediante la sola rimozione manuale.

 

‘TAPPETI MORTI’: COME LE ALGHE SOFFOCANO I FONDALI MARINI E CREANO UN IMPATTO DIRETTO SULLA PESCA ARTIGIANALE E COMMERCIALE MEDITERRANEA.

L’impatto più visibile di Rugulopteryx okamurae è la formazione di estesi e continui tappeti sul fondale marino. Questi strati densi ricoprono rocce, sabbia e barriere coralline, bloccando la luce e impedendo l’adesione di altre alghe e organismi bentonici. Specie autoctone di alghe, spugne, molluschi e piccoli crostacei semplicemente scompaiono sotto questa copertura. La perdita di biodiversità è rapida e profonda, e colpisce l’intera catena alimentare.

Una ricerca pubblicata dal CSIC mostra drastiche riduzioni della diversità bentonica nelle aree dominate dalle alghe, con effetti diretti sui pesci che dipendono da questi habitat per l’alimentazione e la riproduzione. L’invasione di Rugulopteryx okamurae è andata oltre l’essere un semplice problema ambientale ed è diventata una crisi socioeconomica. I pescatori segnalano che le reti che tornano dal mare sono cariche quasi esclusivamente di alghe, rendendo impossibile la cattura di pesci e crostacei.

Nelle regioni della Spagna meridionale, come l’Andalusia, si è registrato un calo significativo della produttività della pesca. Inoltre, il costo della pulizia delle reti e delle attrezzature è aumentato, riducendo la redditività dell’attività. Su alcune spiagge, tonnellate di alghe si accumulano dopo le tempeste, rendendo necessarie operazioni di bonifica finanziate dalle amministrazioni locali. Tuttavia, la rimozione via terra non risolve il problema alla radice.

 

CONSEGUENZE ECOLOGICHE A LUNGO TERMINE

L’eradicazione efficace comporta un impegno sinergico in tutto il Mediterraneo. La rimozione meccanica può ridurre la biomassa locale, ma genera anche nuovi frammenti, alimentando la dispersione. L’uso di erbivori naturali non è praticabile, poiché l’introduzione di nuove specie potrebbe generare impatti ancora maggiori. I metodi chimici sono esclusi a causa dei rischi per la fauna autoctona e la qualità dell’acqua.

L’ IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) classifica già Rugulopteryx okamurae come specie invasiva ad alto rischio ecologico, raccomandando sforzi mirati al monitoraggio, al contenimento e alla mitigazione degli impatti, piuttosto che alla sua totale eradicazione.

Se l’avanzamento continua al ritmo attuale, gli scienziati avvertono di una trasformazione strutturale degli ecosistemi costieri del Mediterraneo. Ambienti diversificati potrebbero essere sostituiti da paesaggi omogenei dominati dalle alghe. Ciò significa minore biodiversità, minore resilienza ecologica e maggiore vulnerabilità ai cambiamenti climatici e agli eventi estremi. Gli ecosistemi semplificati tendono a collassare più facilmente di fronte a ulteriori perturbazioni. Inoltre, la perdita di habitat non colpisce solo le specie marine, ma anche le attività umane che dipendono dal mare, come il turismo, la pesca e l’acquacoltura.

 

IL MEDITERRANEO COME LABORATORIO PER LE INVASIONI BIOLOGICHE.

Il caso di Rugulopteryx okamurae evidenzia il ruolo del Mediterraneo come uno dei mari più vulnerabili al mondo alle invasioni biologiche e la necessità, anche sotto questo profilo, della Macroregione Mediterranea. L’intensa circolazione delle navi, la connessione con altri mari e il riscaldamento delle acque creano le condizioni ideali per l’arrivo e l’insediamento di specie esotiche. Gli scienziati considerano la situazione un allarme globale. Ciò che sta accadendo oggi nel Mediterraneo potrebbe ripetersi in altri mari semichiusi se non verranno adottate misure più severe per controllare il trasporto marittimo e il monitoraggio ambientale. Rugulopteryx okamurae ha già dimostrato di non essere una specie invasiva comune. La sua capacità di frammentare il paesaggio, la sua rapida crescita e il suo profondo impatto ecologico la collocano tra le specie più problematiche mai registrate nel Mediterraneo.

La sfida ora, nell’implementation del Primo Pilastro, è eliminare i danni, proteggendo le aree sensibili.

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